
Pietrafitta è un piccolo paese situato su una collina che appartiene ad un sistema di piccoli rilievi della media Valnestore posti sulla destra orografica del fiume Nestore. Questo è un affluente del fiume Tevere ed ha origine nel territorio di Monteleone di Orvieto a 480 m.s.l.m.. Il corso del fiume è abbastanza variabile con tratti torrentizi e stagnanti ed è bordato da una tipica vegetazione ripariale con pioppi (Populus nigra), salici (Salix alba), e piccoli lembi di canneto (Phragmites australis), mentre i limitrofi campi sono prevalentemente coltivati a cereali, viti e olivi. Il sistema collinare, con pendenze modeste, è intervallato da una serie di piccole valli, create attraverso i secoli dall’erosione piuttosto marcata dei torrenti che poi si riversano nel Nestore.
Nella parte più bassa della catena collinare la vegetazione è costituita da cerrete (Quercus cerris) ricche di elementi mediterranei come dimostra la presenza del corbezzolo (Arbutus unedo), del ginepro (Juniperus communis e Juniperus oxycedrus) e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius). Nelle radure o ai margini dei boschi si possono trovare piccoli lembi dominati ad erica scoparia (Calluna vulgaris), cisto rosso (Cistus incanus) e ginestra (Spartium junceum). Questi si pongono a contatto con estese formazioni miste di cerro (Quercus cerris), roverella (Quercus pubescens), carpino nero (Ostrya carpinifolia) e orniello (Fraxinus ornus). Nella parte superiore si sviluppano delle cenosi arbustive di leccio (Quercus ilex) con cerro ed altre caducifoglie. Il patrimonio faunistico, è costituito da specie selvatiche come volpe (Vulpes vulpes), istrice (Hystrix cristata), tasso (Meles meles), cinghiale (Sus scrofa), qualche nucleo di caprioli (Capreolus capreolus), gufo (Asio otus), sparviere (Accipiter nisus), poiana (Buteo buteo), colombaccio (Columba palumbus) e tortora (Streptopelia turtur). Inoltre in prossimità del lago artificiale, realizzato nell’ambito del progetto di ambientalizzazione della nuova centrale elettrica, si è creato un nuovo ambiente naturale importante per numerose specie di uccelli acquatici come Garzetta (Egretta garzetta), Germano reale (Anas platyrhyncos), Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), Folaga (Fuliga atra) e Martin pescatore (Alcedo atthis). L’area è caratterizzata anche per la presenza di una zona di ripopolamento e cattura all’interno della quale numerose specie di interesse venatorio come il fagiano (Phasinus colchicus), la starna (Perdix perdix), la pernice rossa (Alectoris rufa) e la lepre (Lepus europaeus) ritrovano un habitat ideale.
Pietrafitta è un’area naturalistica dove le valenze ambientali sono anche date dal patrimonio storico e geologico. Sono infatti presenti depositi di ligniti che iniziarono a depositarsi durante il pleistocene inferiore in seguito ad una serie di movimenti tettonici. Ciò determinò la formazione di piccoli bacini creando un’area paludosa che permetteva una elevata produzione di materia organica. Questi depositi lignitiferi sono in gran parte costituiti da materiale vegetale, tra cui predominano i rappresentanti delle famiglie Cyperaceae e Graminaceae. Verso la fine del Pleistocene, successive attività tettoniche causarono la fine della sedimentazione palustre e l'inizio di un ciclo erosivo.
I depositi organici di Pietrafitta hanno restituito numerosi resti fossili di Vertebrati, invertebrati, macroflora e materiale pollinico. I mammiferi rappresentano attualmente la parte più cospicua della collezione, con una grande varietà di specie (Mammuthus meridionalis vestinus, Stephanorhinus hundsheimensis, Equus sp, Leptobos aff. Vallisarni). Inoltre, sono abbondanti i resti di varie specie di uccelli, tra le quali ricordiamo in particolare Anatidi del Genere Cygnus e Somateria, e di rettili (ad es. Emys orbicularis) ed anfibi (Genere Rana e Bufo). Recentemente sono stati recuperati anche tracce e resti di insetti (Coleotteri, Odonati, Neurotteri e Lepidotteri).
Dott. Nat. Segantini Francesco
Dott. Nat. Pedini Alessio

Chiesa di Santa Maria Assunta
Fu costruita nel 1866-1870 da Lorenzo Valiani a proprie spese, essendo stato minimo il contributo dei fedeli. È di stile rinascimentale e vi si può ammirare un crocifisso ligneo del Seicento, la cui caratteristica è costituita dalle spine del capo, le quali non formano una corona, come si è soliti ammirare in altre opere artistiche sia pittoresche che scultoree, ma una calotta.
Questo particolare potrebbe assumere uno speciale significato alla luce dei più recenti ritrovamenti archeologici in Palestina. Sembra, infatti, che nell’antichità ad alcuni condannati, fra cui Gesù Cristo, venisse imposto come supplizio una calotta di spine e non una corona secondo quanto tramandato dall’iconografia cristiana. Il grande Crocifisso apparteneva al convento di Cibottola e, quando questo fu soppresso e dispersi gli arredi sacri, fu portato, di notte, a Pietrafitta, dove è oggetto di particolare venerazione.
La Madonna del Fosso

L'importanza che riveste la chiesa della Madonna del Fosso di Pietrafitta si può riassumere secondo due valenze fondamentali: la prima riguarda il luogo dove fu edificata questa minuscola costruzione
devozionale, quasi sicuramente nel XV secolo; non a caso infatti, la chiesina è situata accanto ad un pozzo, sicuramente di più antiche origini, di acqua sorgiva. Luogo di ristoro, quindi, e di raccoglimento non solo per i viandanti occasionali, ma più probabilmente per i pellegrini che avessero voluto abbandonare le più grandi vie di raccordo per i percorsi dalla Romea e dalla Francigena, per raggiungere più piccoli centri deviando secondo percorsi ben stabiliti e senz'altro già conosciuti.
Non a caso sulla sua direttrice troviamo importanti centri di sosta e di incontro come il convento Francescano di San Fortunato e quello Benedettino della Badia dei Setti Frati. La seconda concerne il valore artistico e storico dell'edificio in sé, che ospita un mirabile affresco rinascimentale raffigurante una Madonna con Bambino, racchiusa in una mandorla e circondata da puttini alati, con, a sinistra, San Sebastiano e, a destra, San Rocco.
Due angeli in alto sembrano aprire un ideale sipario su questa scena mistica, inserita, però, in un contesto naturalistico, dove non mancano campi, colline, alberi e persino l'orizzonte tranquillo di un lago (forse il Trasimeno). A incorniciare l'affresco, applicata in un periodo successivo, una struttura architettonica decorata con motivi geometrici e floreali.
I due santi trovano la loro ragione di presenza in questo dipinto poiché erano evocati in periodi di pestilenza, assieme alla Vergine, nelle preghiere e nelle riflessioni dei fedeli, per debellare questo male.
Il valore del dipinto, già attribuito ad un oscuro e modesto allievo del Perugino, Tiberio d'Assisi, è cresciuto dopo il recente intervento di restauro, effettuato dal maestro Marco Pepoli, che ha coinvolto altresì il recupero del piano di calpestio originale e l'altare della Chiesina. A seguito dell'intervento, infatti, il dipinto, analizzato da un critico d'arte, è stato attribuito alla cerchia del Pinturicchio.
Tratto da: Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli di S.Pistelli e M.Pistelli. Città della Pieve, Luglio 1992
Abbazia dei Sette Frati 
Si trova a poca distanza da Pietrafitta e se ne hanno notizie sin dal secolo XI. L'Abbazia fu aggregata nel 1098 all'Eremo di Camaldoli. Successivamente divenne possedimento dell'Abbazia benedettina di San Pietro di Perugia. Fu fortificata dal Comune perugino nel sec. XIV quando è documentata nei suoi pressi l'importante Fiera della Badia.
L’Abbazia benedettina deve il suo nome al ricordo di sette giovani fratelli, morti martiri a Roma nel 164, sotto l’Imperatore Antonino.
l complesso è costituito dalla Chiesa in stile romanico con cripta parzialmente interrata , dall’adiacente monastero e da un cortile cui si accede attraverso un arco. La chiesa ha la facciata abbellita da un rosone ed è a navata unica. Originariamente era disposta su tre livelli.
La chiesa evidenzia l'originaria ideazione romanica soprattutto all'esterno, nell'abside di sapore lombardo e nella cripta. Nel 1560 l'abbazia fu donata a Fulvio della Corgna, Vescovo di Perugia, che trasformò l'edificio monastico in una signorile dimora di campagna. Il cortile disposto ad U presenta una doppia loggia con archi a tutto sesto su due lati. Si tratta di una soluzione di tipo sangallesco molto presente nella produzione di Galeazzo Alessi e riscontrabile nel cortile del Palazzo della Corgna di Città della Pieve, ideato dallo stesso architetto perugino.
Le logge, dove compare la data 1570, le scale e le stanze del piano nobile, sono decorate a grottesca con scene allegoriche e storie sacre (episodi del Vecchio Testamento). Il linguaggio pittorico evidenzia la mano di Salvio Savini. All'interno della chiesa, inserito nell'elegante mostra dell'altar maggiore di chiara ideazione alessiana, si trova un affresco raffigurante "Madonna col Bambino e i Sette Frati", i fratelli martiri che diedero il nome alla badia, del pittore perugino Girolamo Danti (Perugia, ca. 1547 - 1580), il quale esemplifica la cultura manierista derivatagli da Niccolò Circignani
Anticamente sulle terre circostanti l’Abbazia, nel mese di Luglio, si svolgeva una delle più importanti fiere annuali dello Stato Pontificio, a cui, fino a pochi decenni fa, si faceva riferimento per fissare il prezzo del bestiame.
Tratto da: Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli di S.Pistelli e M.Pistelli. Città della Pieve, Luglio 1992
Foto di Sara e Annalisa Sposini

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Cibottola e il suo Castello 

Posto sulla cima di un colle, a 471 m.s.l.m., a poca distanza da Pietrafitta, Cibottola è un piccolo castello innalzato a difesa dell'abitato nel 1300. Grazie alla sua posizione dominante sul territorio sottostante offre un'ampia veduta panoramica. Una leggenda riportata da vari storici locali, tra cui il Mariotti, afferma che è stato fondato nel 1330 del mondo. (Questa datazione si riferisce alla datazione bizantina che faceva risalire l’inizio del mondo nell’anno 1508 prima dell’era cristiana. L’uso di tale datazione dell’inizio del mondo, fu usato anche dopo la caduta dell’Impero d’Oriente fino al secolo XVII) . Più probabile invece è un’altra ipotesi che ne fa risalire l’origine alla prima metà del secolo IX. Anche per il nome ci sono varie interpretazioni. Secondo alcuni deriverebbe da Cibizio Lucumone nato a Perugia nel 662 a.C. Secondo altri discenderebbe da Cibonia, antichissima località etrusca, sulle cui rovine sorse poi il castello. Secondo altri storici il nome deriverebbe invece da Cibonia, antichissima località etrusca, sulle cui rovine sorse poi il castello. Secondo altri ancora il primitivo nome sarebbe stato Chibertola, etimo di ancor più difficile interpretazione. Infine, l’ultima ipotesi – tanto fantasiosa quanto improbabile perché non attestata da alcun documento ma soltanto da una certa tradizione – secondo la quale il primitivo nome della località sarebbe stato Castello di S.Bartolomeo. Soltanto nella seconda metà del XI secolo avrebbe assunto il nome di Cibottola, in onore di Maurizio Cybo, fratello di papa Innocenzo VIII e governatore di Perugia, il quale nutrì un aparticolare predilezione per tale castello, tanto da istituirvi una specie di pretura e piccoli granai popolari, detti in latino horreola da cui Cyborreola, cioè piccoli granai di Cybo. Col tempo, per un fenomeno di naturale conversione, la r si addolcì trasformandosi in t, per cui si ebbe Cybotteola, da cui Cibottola. Dell’antico insediamento rimane gran parte della cerchia muraria, la porta d’ingresso pressoché intatta e con l’intero battente del ponte levatoio, una torre ettagonale, alta circa 20 metri, recentemente restaurata e adibita a torre civica, con una bella campana di cinque quintali donata nel 1850 da Pietro Tocchi, rettore dell’università di Perugia, e infine un cunicolo sotterraneo praticabile che, partendo dall’abitazione del castellano, al centro dell’area protetta, si allontana per circa 500 metri lungo il pendio del colle. Della suddetta abitazione rimangono soltanto poche tracce incorporate nel settecentesco palazzo sorto sulle sue rovine. A brevissima distanza c’è l’antica chiesa palatina, dedicata a S.Bartolomeo Apostolo (come può rilevarsi dalle lettere scolpite sull’ultimo dei tre gradini d’ingresso) alla quale fu trasferito più tardi il titolo parrocchiale. Tali vetuste testimonianze, anche se parzialmente smantellate, sopravvivono all’azione dissolutrice del tempo e degli umani eventi, come preziose tracce di un passato degno di memoria. All’inizio del XIII secolo la località apparteneva alla potente famiglia Montemelini, proprietaria di vasti possedimenti. Le prime notizie certe risalgono alla seconda metà del XIII secolo. Nell’elenco del 1282 Cibottola è indicata come “villa”, con una popolazione di 75 focolari. Nella prima metà del secolo XIV fu costruita la cinta muraria per cui, quando i Priori di Perugia ordinarono nel 1380 il censimento di tutti i castelli e le ville del contando, divisi per porta, Cibottola venne classificata come castello. Durante tale periodo la sua popolazione, come accadde per quasi tutti gli insediamenti di alta collina e montagna, subì un discreto calo, passando dai 75 focolari del secolo precedente a 65 famiglie; soltanto nel 1495 tornò alla primitiva consistenza. Nel 1416, in attesa di muovere alla conquista di Perugia, il celebre condottiero Braccio Fortebraccio da Montone sostò per qualche giorno a Cibottola insieme alle sue truppe. In tale località ricevette gli ambasciatori fiorentini che tentarono invano di dissuaderlo dal marciare sulla città. Dopo la vittoriosa battaglia di S.Egidio contro i perugini usciti all’attacco e che gli aprì le porte della città, Cibottola, insieme ad altre località, tra cui Agello, Piegaro e Paciano, in atto di sottomissione all condottiero mandò le chiavi del castello, perché ne prendessero possesso. Nel 1428, quando fu istituita la nuova magistratura del capitano del contado, Cibottola venne inclusa nel terzo capitanato e contribui con quota di 14 fiorini d’oro, stabilita dai priori cittadini, al mantenimento del magistrato, che risieda a Castiglion Fosco. Le quote degli altri castelli erano le seguenti: Pietrafitta otto fiorini, Piegaro e Castiglion Fosco venti. Nel 1462 la comunità fu esentata dal pagamento di 30 fiorini onde provvedere alla riparazione delle mura. Analogo provvedimento fu preso nel 1554. Nel 1798, con l’instaurazione della Repubblica Romana da parte da parte delle armate francesi, Cibottola secondo la legge 10 maggio dello stesso anno, fu in primo tempo inclusa nel cantone di Marsciano e dal 1809 al 1814 in quello di Panicale. Dopo la caduta di Napoleone i governanti pontifici avverirono l’esigenza di una revisione delle circoscrizioni esistenti nello Stato della Chiesa. Tale revisione e la concentrazione dlle comunità minori non apportarono però sostanziali mutamenti nei rapporti fra città e contado e fra centri maggiori e minori di quest’ultimo, per cui continuarono le forme di dipendenza dei castelli e delle ville verso i centri rurali maggiori. Pur diventando “appodiato” del comune di Piegaro, Cibottola conservò la propria autonomia fino all’annessione dello Stato Pontificio al Regno unitario. A tale data, perduta ogni residua libertà, divenne frazione di Piegaro. La chiesa parrocchiale, ubicata all’interno del castello, è dedicata a S.Fortunato. Eretta quasi sicuramente prima del Mille, è documentata dall’inizio del Trecento e il 15 dicembre 1434 venne iscritta al catasto per 9 libre e due soldi. Il patrimonio fondiario della chiesa andò però gradatamente aumentando fino a raggiungere nel 1462 un massimo di 51 libre e 19 soldi. La Chiesa, nel tempo ha subito vari rifacimenti, l’ultimo dei quali, senza apportare sostanziali modifiche all’architettura, nel 1946. L’interno, a navata unica, presenta tre archi a sesto acuto, che reggono il tetto a travatura a vista, mentre il presbiterio è coperto con volta a botte e vele laterali. Entrando, sulla destra, si trova un’acquasantiera di travertino, antichissima, e il fonte battesimale in pietra arenaria, già esistente all’atto della prima visita pastorale, 6 settembre 1565, eseguita, mentre era parroco don Alessandro Adami, da Donatus Torrius, allora vicario del Vescovo della Cornia. La prima campata a destra è adornata da sei affreschi, discreti conservati, riproducenti nell’ordine S.Pietro martire, S.Domenico, S.Ludovico da Tolosa, S.Lucia, e S.Filomena, ai quali fa seguito, Madonna con il Bambino, a capo reclinato, come in atto di benevolo ascolto. Tra quest’ultimo affresco e precedentiesisti una certa differenza stilistica dovuta al fatto che, mentre nei primi domina la staticità caratteristica della pittura bizantina, nella Madonna si nota un tentativo di movimento, come d’ispirazione giottesca. 

Segue una tela di discreta fattura raffigurante la Madonna del Carmine e le anime del Purgatorio. Tale dipinto, del secolo XVIII, è anonimo. Sul piedritto del terzo arco, affresco del Cinquecento, quasi sicuramente di scuola umbra, riproducente un piccolo angelo. L’altare maggiore, dedicato alla Beata Vergine delle Grazie, è dominato dalla tavola della Madonna con il Bambino e presenta sullo sfondo una veduta del castello di Cibotttola (a sinistra) e del convento francescano di S.Bartolomeo (a destra). Autore dell’opera del pittore Giovanni Tronfi di La Spezia, che lo eseguì nel 1944. Girano attorno alla tavola 15 formelle quadrate con affreschi riproducenti i 15 misteri del Rosario. Detto altare gode dell’indulgenza quotidiana. Ai lati di esso spiccano due grandi tele, della fine del secolo XVII, raffiguranti La visita di Maria SS. a S. Elisabetta (destra) e S. Antonio da Padova (sinistra). Sulla parete di sinistra, entrando, grande tela ad olio del 1611, riproducente una Crocifissione con i santi titolari Bonifacio, Fortunato, Pietro martire e Giorgio. Tale dipinto è stato restaurato nel 1946 dal pittore Serena. Sul primo piedritto, S. Pietro apostolo che mostra le chiavi (affresco) e sulla scuola campata, una tela non datata raffigurante S. Margherita da Cortona. Sul terzo piedritto, S. Rocco (affresco). Nell’ufficio parrocchiale, da ammirarsi altre due tele di discreta fattura, forse del XVIII secolo, riproducenti S. Bonifacio Vescovo di Utrecht e S. Antonio da abate. Al limite tra la parte della chiesa destinata ai fedeli e il presbiterio vi sono quattro tombe comuni, interdipendenti, individuate da una semplice pietra a raso pavimento, l’ultima delle quali (a destra), destinata ai bambini, porta incisa la seguente dicitura; Angeli fanciulli (1722). Le altre tre erano riservate agli adulti. Fin dal 1360 Cibottola aveva anche un ospedale , detto S. Fortunato perché unito alla suddetta chiesa. 


Il Riccardi, nelle sue memorie, ricorda anche la chiesa di S. Lucia, che nel 1387 dipendeva dall’abbazia di S. Pietro di Perugia, e quella di S. Giorgio. La prima fu visitata nel 1500 dall’abate don Ignazio Squarcialupi da Firenze e nel 1509 fu unita a quella di S. Giorgio. Nella visita del 1524 la chiesa di S. Giorgio era in mediocri condizioni e vi si celebrava la messa solo nel giorno del titolo. Nella visita del 1560 quella di S. Lucia era cadente, senza porte ne campane. La chiesa di S. Giorgio fu conferita nel 1561 a don Paolo di Sebastiano, che ebbe pure il beneficio di quella di S. Lucia, anche se caduta. I due benefici, insieme riuniti, fruttavano grano some 4, vino barili 20 e olio mezzolini uno. Nel 1698 anche la chiesa di S. Giorgio era cadente. Ma, più che da avvenimenti storici di rilievo, più che ad importanti memorie artistiche, il nome e la fama di Cibottola sono sempre stati legati all’esistenza di un celebre convento francescano, dedicato a S. Bartolomeo. La costruzione, situata in mezzo ad un bosco e a non molta distanza dal castello, è oggi disabitata e semidistrutta. La sua erezione risaliva ai primi tempi del francescanesimo, precisamente al periodo compreso fra il 1216 e il 1226, quando cominciò l’espansione dell’Ordine. Il terreno dove sorse il convento fu donato a S. Francesco dai monaci benedettini della vicina Abbazia dei Sette Fratelli di Pietrafitta, mentre l’edificio fu eretto dalla pietà dei perugini intorno al 1223. Esso fu dei Conventuali fino al 1474, poi passò agli Osservanti. Secondo la tradizione, nel convento dimorarono per tempi più o meno lunghi lo stesso Serafico, S. Antonio da Padova, S. Bonaventura da Bagnoregio e il beato Egidio di Assisi. Le antiche cronache francescane dei secoli XIV e XV riferiscono anche che in tale luogo frate Masseo impetrò dal Signore la virtù dell'’miltà, dopo aver protestato che in cambio avrebbe dato perfino gli occhi. Altro episodio, relativo allo stesso frate e sempre nello stesso luogo, fa riferimento alla raccomandazione ad un confratello di scorgere sempre il bene negli altri, per poter diventare buono. Il convento di S. Bartolomeo ebbe un grande sviluppo, sia per il ricordo personale di S. Francesco, sia per la sua felicissima posizione, assai adatta al misticismo religioso. Allora sede del noviziato, fu ad esso, infatti, che si presentò nel 1750 il giovane Giovanni Croci, noto come Beato Leopoldo, per essere ammesso all’Ordine. Ampliato più volte nel corso dei secoli, fu incamerato dal Demanio nel 1866, in seguito alla legge che sopprimeva le corporazioni religiose. I novizi furono allontanati e fu consentito solo ai frati adulti di rimanervi fino alla morte. Venne definitivamente chiuso nel 1892, i beni mobili e immobili furono venduti all’asta e sparsi un po’ ovunque.
Tratto da: Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli di S.Pistelli e M.Pistelli. Città della Pieve, Luglio 1992
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Gaiche e il suo castello 



Castello attualmente abbandonato e in rovina, situato sulla cima di un colle, a 437 metri s.l.m., non lontano da Castiglion Fosco Secondo la stravagante fantasia del Ciatti derivo il suo nome da Glauco, Il quale, dopo aver regnato in Italia fu in morte considerato come Nume marino e venerato come protettore dei pescatori e marinai in genere. In Italia, sempre secondo il suddetto autore, ebbe un culto particolare nella zona del lago Trasimeno, dove gli fu eretto un tempio. Glauco però non è un personaggio storico, il termine glaucus, esistente nella lingua latina, è certamente attinto dalla mitologia greca e la sua figura si collega a diverse tradizioni locali, secondo le quali il Nostro, dopo aver un giorno mangiato un erba miracolosa, si sentì spinto a precipitarsi in mare. Qui fu accolto da Oceano e da Teti, reso immortale e trasformato in dio marino. Col passare del tempo Glauco divenne noto come protettore dei pescatori e marinai in tutti i paesi del Mediterraneo. Secondo il Briganti il nome Gaiche deriverebbe dalla alterazione del termine Gaite: Gaytus, voce saracena che significa capitano, comandante, a cui sarebbe stato assegnato il luogo per difenderlo e governarlo. Il Ciatti asserisce che nel 985 era feudo della famiglia Pelloli, i cui membri erano iscritti alla nobiltà perugina. Successive indagini hanno però dimostrato l’infondatezza di tale asserzione. Poco più di un secolo dopo apparteneva ai Pelacane, ricca e potente famiglia i cui antenati esercitavano il mestiere di conciatori di pelli. Agli inizi del 1200 si costituì in repubblica autonoma e tale rimase per circa due secoli. Il più antico documento riguardante la località risale, secondo il Tiberini, al 1245 e si trova nel registro dei bandi per malefici pronunciati durante la podesteria di Giovanni Aldebrandi. Compare poi come castrum in un registro delle serie Giudiziario del 1258, in un altro elenco del 1260 relativo ad un impositio bladi ed infine in quello del 1282, nel quale è pure indicata la sua consistenza demografica, ammontante a 86 fuochi. Nel 1311 gli abitanti di Gaiche furono esonerati dalla partecipazione alla guerra contro i todini. Perché furono inviati, insieme a quelli di Castiglion Fosco, a Sigillo per contribuire all’erezione di quel castello. Due anni dopo gli stessi furono costretti a versare l’imposta di tre libre e 10 soldi per fuoco, anziché alla città, a Bulgaruccio, conte di Marsciano, che doveva avere la somma di 416 libre pro capitaneo exititorum de Tuderto.

Nel 370 un certo Niccolò di Bettolo di Pelacane, uomo ragguardevole tra gli esponenti della fazione popolare, tramò segretamente con i ministri del Papa per rimettere Perugia sotto il dominio della Chiesa, a ciò spinto dalla soverchia ambizione e grandezza, pensando di poter ottenere maggio imperio, et altre cose sopra gli altri suoi cittadini. In cambio gli fu promessa la signoria di Chiusi, Piegaro e Gaiche, ove abitava. Denunciato da un certo Giacomo di M.Guidi di Montemelini, Bettolo fu arrestato insieme al figlio Agnolino e ad altri congiurati, ma per il suo ardire e la grande abilità oratoria fu rimesso in libertà, dopo soli 14 giorni di detenzione, insieme ai suoi seguaci. Fu ucciso nel 1375, per ordine di Pellino di Cucco Baglioni, durante la rivolta dei perugini contro l’abate di Mommaggiore, che governava la città in nome del Papa. Nel 1378 i nobili, con l’aiuto del conto Ugolino della Cerbara e altri capitani e amici della Chiesa, ordirono una congiura per rovesciare il governo dei Raspanti. Scoperti, alcuni furono condannati a pene pecuniarie e la maggior parte all’esilio. Fra questi ultimi c’era Ciardolino, detto Ciabacca, nobile di Gaiche, confinato a Borgo S.Sepolcro. Nel mese di febbraio del 1387 Francesco Bastardo del Pelacane e ser Paolo da Castiglion Fosco, insieme ad alcuni villani e banditi, riuscirono a penetrare di nascosto nel castello di Gaiche. I magistrati perugini inviarono prontamente dei soldati, i quali, senza colpo ferire, ripreso in due giorni la località, venendo a patti con gli abitanti, che promisero di consegnare Francesco e ser Paolo, in cambio della libertà di tutti gli altri. Ma poiché al momento della consegna ci fu da parte della popolazione un estremo tentativo per salvare Francesco, i soldati adirati uccisero più di quaranta cittadini, tra cui il Pelacane. Ser Paolo, condotto a Perugia, fu trascinato a coda di cavallo e poi gli fu mozzato il capo, mentre la comunità di Gaiche venne condannata al pagamento di 350 fiorini d’oro. Il 6 marzo 1412 gli abitanti del castello fecero presente al Consiglio generale di Perugia di aver avuto nell’anno precedente ingenti danni da parte dei nobili fuoriusciti, sia in bestiame sia in deratte alimentare, Chiesero pertanto di essere esonerati dal pagamento di 17 fiorini d’oro, di cui la comunità era debitrice. Il consiglio accolse la richiesta e l’intera somma fu condonata. La stessa cosa accadde nel 1475, allorché il consiglio generale dichiarò estinto un debito che gli abitanti del castello avevano contratto con la città, e nel 1485, quando fu interamente condonato un sussidio di trenta fiorini d’oro, concesso per la riparazione delle mura. Nessun altro avvenimento turbò la vita del castello fino al 1817 allorché, nell’anno, nell’ambito della ristrutturazione dei distretti rurali, la comunità fu soppressa come ente autonomo e annessa a Piegaro, di cui divenne frazione. Già da alcuni decenni, cioè della fine del secolo XVIII, Gaiche e il suo distretto erano interessati da un processo di recessione demografica che andò più aggravandosi, per diventare inarrestabile dopo la seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni 60 il castello e il territorio circostante risultavano, infatti completamente spopolati. Del castello rimane parte della cinta muraria, interrotta da una sola porta a sud-est, e le quattro torri perimetrali, una delle quali è stata in tempi recenti, ristrutturata e adibita a torre civica. Questa a sei campane, trasportate in Italia dai Francescani dopo che furono costretti a lasciare, alla fine della seconda guerra mondiale, l’isola di Rodi, dove amministravano alcune parrocchie. Entro le mura c’è una grande cisterna e di fronte ad essa un edificio isolato, di cui rimangono i soli muri perimetrali, con una porta a sesto acuto. Subito fuori le mura del castello si trova la chiesa parrocchiale, dedicata a S. Lorenzo, di struttura originariamente gotica, consacrata secondo la tradizione il 20 febbraio 1391, al tempo di frate Alberto da Todi, monaco dell’abbazia di S. Benedetto di Pietrafitta alla cui giurisdizione fu sottoposta fino al 1550, per passare poi sotto quella del Vescovo di Perugia. Nel 1565 la chiesa era munita di fonte battesimale, la cui data di realizzazione è però sconosciuta. Ha tre altari; il maggiore dedicato a S.Lorenzo, quello a sinistra a S. Antonio e quello a destra alla madonna addolorata. L’Altare maggiore è sovrastato da una grande tela del 1629, rappresentante la Vergine con il Bambino e i santi Lorenzo e Macario. Nello spazio tra le due figure una bella veduta del castello di Gaiche. Discreto lo stato di conservazione del dipinto. Sotto l’altare di S. Antonio c’è l’urna che per prima contenne il corpo del beato Leopoldo, donata dai Francescani alla chiesa di Gaiche, sua terra natale. Sopra la porta principale una grande tela ad olio, datata 1627 e in pessime condizioni, raffigura la Madonna con il Bambino e S.Giuseppe. Gaiche merita di essere ricordato non solo per le sue vicende storiche ma soprattutto per il suo statuto del 1318, il più antico dell’Umbria, e per aver dato i natali al beato Leopoldo. Il codice di grandissima importanza, conservato presso la Biblioteca Comunale di Perugia, si compone di 26 carte membranacee, legati in assi, redatte in lingua latina dal notaio Francesco Giovannelli di Castiglion Fosco. È mancante delle ultime sette rubriche del primo libro, di tutto il secondo e delle prime quattro rubriche del terzo. Nella prima carta è riportato l’indice delle rubriche, a cui seguono gli statuti. Alla carta 12, ci sono le riformanze del 1348 e dalla carta 14 alla 26 le riforme dal 2 febbraio 1406 al 1556, approvate dal Consiglio, dal Governatore di Perugia e successivamente confermate da mons. Finetti, e dai Priori e infine dal Legato pontificio Cardinale Riario. Giovanni Croci, noto come beato Leopoldo, nacque in località Po’ Santo, nel distretto di Gaiche, da Giuseppe e Maria Antonia Giorgi, contadini benestanti, il 30 ottobre 1732. Ricevette un’educazione semplice e profondamente religiosa dal parroco del vicino castello di Greppolischieto, Giuseppe Zuccarini. Desideroso di consacrarsi a Dio, scelse l’ordine dei Frati Minori e ne vestì l’abito il 19 marzo 1751, nel convento di S. Bartolomeo di Cibottola, mutando il nome di Giovanni in quello di Leopoldo. Dal 1752 al 1757 studiò nel convento di Norcia, dove fu ordinato sacerdote dal Vescovo di Terni, Pier Benedetto Maculari. Il campo di azione a cui Leopoldo legò particolarmente il suo nome fu la predicazione, alla quale si sentiva più attratto per le sue eccellenti qualità oratorie. In 47 anni di ininterrotto apostolato tenne 330 corsi di missioni formali, spesso della durata di 15 giorni, 40 quaresimali, 14 corsi di Avvento e 94 corsi di esercizi spirituali. In seno all’Ordine fu guardiano, custode ed infine ministro provinciale della Provincia serafica di S. Chiara, nell’Umbria, Fondò a Monteluco un sacro ritiro per i predicatori e ne compilò egli stesso le regole, che ebbero l’approvazione pontificia. Morì a Spoleto il 2 aprile 1815. Il 12 marzo 1893 Leone XIII iscriveva Leopoldo da Gaiche nell’Albo dei Beati. Nel distretto della parrocchia di Gaiche erano comprese anche le seguenti chiese, attualmente dirute o sconsacrate: 
S. Antonio della Cervara, situata in mezzo ad un bosco e della cui veneranda antichità testimoniamo le sculture di stile protoromantico e altomediovale che ne ornano ancora la facciata, descritta già dalla metà del secolo XIV fra le chiese territoriali di Perugia. Fece il catasto dei suoi beni verso l’anno 1500, come risulta nel libro: Civium rusticorum ecclesie hospit. P.B., fel. 206.La Madonna del Pino, situata ai piedi del colle su cui sorge Gaiche, di proprietà della famiglia Tocchi di Cibottola. Altri, infine, ritenendo il castello di probabile origine longobarda, sostengono essere il toponimo di chiara derivazione germanica. Nello statuto del 1318, che è il più antico tra quelli dei castelli umbri a noi pervenuti, la località è denominata Castrum Galcorum. A tale parola di difficile interpretazione si riconnette il suo stemma, carettirizzato da un gallo nero con creste rosse, posto sopra tre monti verdi in campo d’oro. L’origine di Gaiche è sconosciuta anche se è ragionevole supporre che sia sorto come insediamento umano prima del Mille. Doveva trattarsi molto probabilmente di un piccolo e tranquillo centro agricolo, che l’ubicazione e la lontananza da importanti vie di comunicazioni rendevano abbastanza sicuro.
Tratto da: Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli di S.Pistelli e M.Pistelli.
Città della Pieve, Luglio 1992
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